ECONOMIA Stampa
06/11/2007

Il costo in CO2 delle merci

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 6 novembre 2007

 

 

Il costo in anidride carbonica delle merci e dei servizi

 

 

Giorgio Nebbia

 

 

Verrà probabilmente un giorno in cui anche in Italia, forse in tutta Europa, i prodotti commerciali dovranno portare, nell’etichetta, anche l’indicazione di quanta anidride carbonica (CO2) è associata alla loro produzione e “consumo”. Come i lettori ben sanno, i mutamenti climatici sono dovuti al cosiddetto “effetto serra”; l’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera trattiene sul pianeta una crescente quantità della radiazione inviata dal Sole e provoca un lento graduale riscaldamento dell’atmosfera e quindi degli oceani, con conseguenti improvvise tempeste e ondate di siccità. La CO2 che va ad accumularsi nell’atmosfera proviene in gran parte dalle attività umane e principalmente dalla combustione di carbone, petrolio e derivati e gas naturale nonché da alcune produzioni industriali come la fabbricazione del cemento; all’effetto serra contribuiscono anche il metano sfiatato dai pozzi petroliferi o dalle miniere di carbone o emesso da alcune attività agricole e zootecniche, e altri gas; ma l’anidride carbonica è il maggiore responsabile dell’effetto serra. Per rallentare gli effetti disastrosi dei mutamenti climatici vengono continuamente stipulati accordi internazionali per indurre i paesi, soprattutto quelli industriali, a limitare le loro emissioni nell’atmosfera dei gas che alterano il clima. Il governo francese, ma altri seguiranno, ha proposto di migliorare l’informazione dei consumatori per indurli a preferire i prodotti che contribuiscono di meno alle emissioni di CO2. Adesso le etichette informano i consumatori sulle qualità “buone” di quanto acquistano; le etichette dei prodotti alimentari avvertono quante proteine, o carboidrati o grassi un alimento contiene, quanta energia alimentare libera, e assicura che sono presenti soltanto additivi permessi dalle leggi italiane e europee; le etichette dei detersivi o dei cosmetici avvertono, più o meno, quali ingredienti ammessi dalle leggi sono presenti; l’etichetta della benzina informa il consumatore sul numero di ottano della benzina stessa; le etichette sugli imballaggi avvertono con quali materiali la lattina o la bottiglia sono fatti, in modo da facilitarne la raccolta separata e il riciclo. Il consumatore si accontenta di questo e di conoscere il prezzo in euro. Con le nuove “etichette ecologiche” ci si propone di aggiungere una informazione sul “costo negativo” di un prodotto, cioè su quanto il prodotto contribuisce ad un effetto ambientale negativo, come sono i mutamenti climatici. Un consumatore dovrebbe essere orientato ad acquistare un prodotto che ha un “costo in anidride carbonica” di un chilo piuttosto di un altro, equivalente, che libera, nel corso della sua vita utile, economica, soltanto mezzo chilo di CO2.

 

Da molto tempo alcuni studiosi avvertono che il prezzo monetario, tanti euro al chilo, non riflette il “valore” ambientale e sociale di un prodotto, e che è necessario integrare tale prezzo con la valutazione di altre unità “fisiche” del valore: quanti chili di acqua o quanti chilowattore di energia richiede la sua fabbricazione e uso, quanti chili di gas vengono emessi in tali processi, essendo preferibili i prodotti che richiedono meno risorse naturali e inquinano di meno. Ci volevano le tempeste tropicali e l’avanzata dei deserti per spingere i governi a considerare, per i vari prodotti commerciali, altre maniere di misura del valore “economico”, dal momento che anche l’uso e l’inquinamento delle risorse naturali influenzano, però negativamente, l’economia monetaria.

 

A titolo di esempio consideriamo il “costo in anidride carbonica” del sacchetto della spesa. Per portare la spesa dal negozio a casa si può usare un sacchetto di plastica o un sacchetto di tela; l’effetto, il servizio reso al consumatore, sono uguali, ma è molto diverso il contributo all’effetto serra. Il sacchetto di plastica, tempo fa, era petrolio in qualche pozzo del Venezuela o dell’Iraq. Per sollevarlo c’è voluta energia (e ogni unità di energia consumata immette CO2 nell’atmosfera) e poi si è consumata energia per trasportare il petrolio greggio dai pozzi alle raffinerie e poi per trasformarlo in vari derivati fra cui quelli che sono usati per produrre materie plastiche; poi c’è voluta energia per trasformare le materie prime in plastica e poi per trasformare la plastica in sacchetti e farli arrivare al negozio. Il sacchetto di plastica ha poi poche ore di vita perché in genere, arrivato a casa con la spesa finisce fra i rifiuti con tutta la materia e l’energia che ha. Se viene bruciato immette nell’atmosfera altra anidride carbonica oltre a tutta quella che si è liberata nel suo “ciclo vitale” dal pozzo di petrolio al forno inceneritore. Se si fa lo stesso calcolo per un sacchetto di tela si vede che la quantità di energia richiesta per  coltivare e raccogliere il cotone, per la tessitura, per i trasporti eccetera --- e le relative emissioni di CO2 nell’atmosfera --- sono molto minori, a parità di peso, a parità di viaggio dal negozio a casa, a parità di peso trasportato, rispetto al sacchetto di plastica, anche perché il sacchetto di tela può essere usato moltissime volte e la sua “vita” è molto più lunga. Le cose cambiano se il sacchetto di plastica usato, invece di finire fra la spazzatura, viene usato più volte e riciclato.

 

Con ragionamenti analoghi si può confrontare se libera più anidride carbonica, durante la sua “vita utile”, una lattina di acciaio o una di alluminio; bisogna calcolare i consumi di energia e le emissioni di CO2 associati all’estrazione dei minerali dalle miniere, al trasporto alle fonderie, alla trasformazione nei rispettivi metalli, valori differenti se il metallo è ottenuto dal minerale o per riciclo dei rottami. Resta ancora molto lavoro da fare, ma comunque il processo è già avviato; varie automobili sono ormai vendute sulla base delle emissioni; le automobili a benzina ecologicamente più “virtuose” hanno emissioni di 140 o anche solo 120 grammi di CO2 per chilometro. Non è ancora l’etichetta che arriverà nei prossimi anni, ma è un primo passo.





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