STORIA Stampa
08/07/2007

Hatshepsu, la faraona merceologa

 

La Gazzetta del Mezzogiorno, domenica 8 luglio 2007

 

 

La ‘faraona’ Hatshepsut e i suoi viaggi commerciali

 

 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 

 

Sono contento che i raffinati mezzi tecnico-scientifici oggi disponibili abbiano potuto identificare con certezza che la mummia trovata nella Valle dei re, in Egitto, in una tomba che non era la sua, è proprio quella di Hatshepsut, faraone (faraona ? come si dice ?) della XVIII dinastia, la grande, pare bella, potente regina d’Egitto, vissuta 3500 anni fa. Per Hatshepsut ho sempre nutrito una grande ammirazione perché ci ha lasciato interessanti testimonianze dei viaggi che i suoi sudditi facevano per acquistare per suo conto, nell’attuale Arabia, Etiopia, Yemen, merci preziose ornamentali, essenze, ingredienti di cosmetici, piante e animali rari, tutti accuratamente descritti nei bassorilievi della sua tomba. Hatshepsut, del resto, era una donna straordinaria sotto tutti gli aspetti: aveva sposato il fratellastro Tutmosi II e, dopo la sua morte prematura, regnò col giovane figliastro Tutmosi III, tenendo saldamente nelle sue mani tutto il potere per oltre vent’anni, comportandosi come un uomo, tanto che se ne trova il nome anche al maschile, Hatshepsu. Hatshepsut si fece costruire, a Luxor, lungo il Nilo, a circa 700 chilometri dal Mediterraneo, un grandioso tempio a terrazze da Senenmut, grande architetto, suo favorito e educatore della figlia, e nei bassorilievi fece descrivere la propria origine divina e le sue opere. E’ abbastanza intuitivo che un vasto e potente impero come quello dei Faraoni potesse assicurare l’alto livello di vita raffinata della classe dominante con lo sfruttamento intensivo della mano d’opera, del fertile suolo agricolo, delle abbondanti acque del Nilo, delle risorse minerarie, dell’abilità ingegneristica e scientifica di competenti e numerosi funzionari, e con una estesa rete di rapporti commerciali. Hatshepsut non era stata la prima a mandare a comprare merci preziose nell’Africa orientale, la terra di Punt; Sahure, un faraone della quinta dinastia, 1200 anni prima di lei, aveva già inviato una spedizione commerciale “alla terra dell’incenso”, ma le tracce che ne restano sono molto più scarse.

 

Quelle di Hatshepsut, che troviamo a Luxor, sono invece molto dettagliate, con testi e illustrazioni. L’impero dei faraoni disponeva di due grandi “autostrade”; il fiume Nilo, navigabile per centinaia di chilometri verso il Sudan e da cui si poteva raggiungere il Mar Rosso, e lo stesso Mar Rosso, lungo il quale era possibile arrivare ai grandi centri commerciali dell’Africa orientale, dell’Arabia occidentale e addirittura della Somalia. Il commercio avveniva o direttamente, con spedizioni organizzate dai faraoni, o attraverso intermediari, ciascuno dei quali percorreva un pezzo della strada verso le terre dell’avorio e dell’incenso; da Luxor i mercanti attraversavano la valle delle cave di granito e arrivavano a uno dei porti  porto sulle rive del Mar Rosso. Sconosciute, e difficilmente immaginabili, sono le persone che esercitavano i commerci, le lingue con cui svolgevano le contrattazioni, con cui si scambiavano notizie sui rispettivi paesi e sui relativi prodotti. Al ritorno i mercanti portavano alla regina i carichi di merci preziose che la regina Hatshepsut, sempre alla grande, si vantava essere più ricchi di quelli di qualsiasi altro re prima di lei. Tali merci erano legni pregiati, come l’ebano, il legno nero, durissimo, di grana finissima, con cui venivano costruiti mobili, ornamenti, strumenti musicali e i cofani in cui venivano riposte le mummie; vi erano inoltre spezie, droghe e ingredienti per profumi e cosmetici. Il cinnamomo è la corteccia da cui si ricavava la canfora. L’incenso è una gommoresina che si ottiene praticando profonde incisioni nella corteccia di varie specie di piante e che si presenta sotto forma di lattice biancastro che solidifica lentamente a contatto con l’aria; era usato come profumo, molto prezioso, come dimostra il fatto che i “Magi” lo portano in dono a Gesù bambino come massimo segno di rispetto. Passato dall’Egitto ai riti ebraici, l’incenso è arrivato fino alla liturgia cristiana. Altrettanto importante era la mirra, anch’essa ottenuta da alberi dell’Africa e dell’Arabia; era usata per uso medico, contro i morsi dei serpenti, come profumo ed era uno degli ingredienti usati nel processo di imbalsamazione dei cadaveri. Nell’elenco dei prodotti importati dalla faraona figurano un “cosmetico per gli occhi”, probabilmente un qualche sale di antimonio; l’”oro verde di Emu”, probabilmente un metallo o una lega di difficile identificazione; malachite e altre pietre rare; pelli di leopardo; schiavi; e poi scimmie e cani “strani” e altri oggetti destinati a destare meraviglia. Gli scudi cornei delle tartarughe, e la madreperla, ricavata dalle conchiglie di alcuni molluschi, erano usati per fare oggetti ornamentali di gran pregio, così come l’avorio delle zanne di elefante e di rinoceronte. Una parte di queste merci probabilmente arrivava nella valle del Nilo dall’interno dell’Africa e le notizie disponibili fanno pensare all’esistenza, già nell’Egitto dei faraoni, una struttura di dogane, traffici, borse merci, e di controllo delle falsificazioni e frodi.

 

Nei bassorilievi della sua tomba Hatshepsut ha voluto lasciarci, insieme al dizionario merceologico illustrato, anche informazioni sulla ingegneria navale degli Egiziani; le navi che percorrevano il Mar Rosso e forse si affacciavano sull’Oceano indiano, percorrendo centinaia di chilometri, funzionavano a forza di remi ma anche, se così si può dire, a “energia solare” utilizzando il vento, che deriva anch’esso dal Sole, sfruttato con buone informazioni meteorologiche.

 

Del resto che nel Mar Rosso e lungo le strade carovaniere ci fosse un gran traffico commerciale è dimostrato dal fatto che cinquecento anni dopo Hatshepsut, Salomone, in Palestina, ricevette i preziosi doni della regina della Sabea (Arabia meridionale), e che un altro spaccato dei traffici internazionali è contenuto nel libro biblico del profeta Ezechiele che, esiliato a Babilonia, nell’attuale Irak, 2500 anni fa, prometteva ai suoi compatrioti che un giorno sarebbero tornati  a Gerusalemme e là tutti i popoli avrebbero portati doni preziosi, che Ezechiele elenca dettagliatamente, con la provenienza e la qualità di ciascuno. I commerci, insomma, hanno contribuito ad avvicinare i popoli, non solo per i soldi, ma anche con la reciproca conoscenza che aiuta a evitare i conflitti più delle spedizioni militari. Un corso di “Storia del commercio con l’Oriente” si tenne per alcuni anni, dal 1962 al 1969, nella Facoltà di lingue dell’Università di Bari, ma fu poi abolito. Altra occasione perduta di incontro, proprio a Bari, di popoli e culture.

 

 

 





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